(pov) “L’arte non è un mestiere”

L’arte non è un mestiere. Non fraintendermi. Non sto dicendo che non si possa vivere di arte o che l’arte non abbia regole. Sto cercando di esprimere un concetto sull’arte, a partire dalla sua definizione, che poi racchiude l’espressione in sè, e quindi, a tutti gli effetti, sto compiendo un esercizio tautologico. Arte è libera espressione, è comunicazione di qualcosa che si ha dentro. Questo non ha nulla a che fare con il lavoro, col mestiere. Scrivere, dipingere, comporre, suonare, non sono modi di portare a casa un pezzo di pane. Sono necessità di espressione. Poi, che con questi si porti a casa di che mangiare e vivere, questo è un altro discorso. Ma su questa confusione, su questo fraintendimento, nella logica del pressapochismo, della semplificazione recidiva, si basa l’incomprensione, il vuoto, l’ansia, lo smarrimento di molte persone. Artisti e non. Chi la fa e chi la vende. E anche chi la compra. Arte non sono i lavori commissionati. L’arte può essere al servizio di un messaggio, l’arte può essere commissionata, ovvio. Il mecenatismo è vecchio quanto il mondo. Il miglior ingegnere a disposizione di uno stato, per costruire la miglior nave da guerra. Il piú grande pittore per affrescare le volte del tuo palazzo, pubblico o privato. Questi sono esempi, semplici, di arte su commissione. Ma il vero concetto dell’arte è la libertà. Sentirsi liberi di esprimere quello che si ha dentro. Senza filtri. Senza indirizzarlo, senza preoccuparsi che questo venda o meno. Chiunque ha provato questa ebrezza può definirsi artista, e sa quanta vertigine dia questa libertà. Chiunque ha, di contro, avuto la fortuna di ricevere un soldo per la sua opera, sa quanto questo sia raro e al tempo stesso emozionante. E chi, invece, ha guadagnato con un lavoro artistico nel quale però non ha disposto di un briciolo di libertà, non è un artista, è un mestierante, nobile, forse piú nobile di altri, ma è un mestierante. Sono stato artista per tutta la vita, mestierante di pari passo. La maggior parte delle cose artistiche che ho fatto non le ha mai viste nessuno o quasi. Quello che la gente vede, la maggior parte delle volte, è quello che riesce ad emergere. Emergente, un termine cosí significativo eppure cosí abusato in arte, da diventare dispregiativo. L’eterno emergente, l’eterno ragazzo, l’eterno principiante. Ma in realtà, spesso, in quello che emerge, in quel caso singolo e specifico, che può durare 10 minuti o divenire eterno, solo una piccola percentuale è arte, il resto è mestiere. Compromesso, paletti, strategia, tua e di altri. Il ritornello che funziona messo nel punto giusto, l’opera che colpisce e inquieta, la fotografia che emoziona nella sua semplicità calcolata. Tutto è studiato, tutto è artefatto, tutto è limitato. Pochissimo è libero. Perchè nel mestiere ci sono le regole, e che ti piaccia o meno, se vuoi che sia un mestiere, le devi rispettare. Le rare persone che vivono realmente di arte lo sanno. Gli altri, sono mestieranti, che non è dispregiativo. Professionisti. Meglio? Bisogna potersi permettere la libertà. La libertà ha un prezzo carissimo, non ti assicura sempre di riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena, di avere una casa, di costruire una famiglia. La libertà di esprimersi passa per delle rinunce che non si vedono. Quelle sommerse, appunto. O hai un altro modo di mantenerti, o hai le cosí dette “spalle coperte”, o inevitabilmente dovrai fare dei compromessi per poter far emergere la tua arte. Con te stesso, con gli altri, con chi te la commissiona, con chi da quell’arte vuole guadagnarci. Arte al servizio di qualcosa. Innanzitutto del tuo mantenimento. E allora sí, valgono le prostituzione musicali, le foto ai matrimoni, le opere commissionate anche quando ne volevi fare altre. E tutto spesso è cosí bello, funziona, da farti dimenticare che hai messo la tua arte al servizio del mestiere, ma non è piú quella che era. E non lo sei tu. Diventa il tuo modo di esprimerti, diventi tu, un compromesso bellissimo tra quello che sei e quello che vorresti essere. O avresti voluto essere. Ogni volta che pensi “cosí funziona meglio, piacerà di piú”, togli un briciolo di libertà alla tua arte. Il risultato non è meno bello, è semplicemente un po’ meno libero, un po’meno te. Giorno dopo giorno. Ho avuto la fortuna di conoscere pochi artisti realmente liberi. Non parlo di chi, per fortune familiari, si atteggia o può permettersi di fare l’artista libero. Non di chi, parassitando case a fidanzate o compagni benestanti famosi, si scopre artista del nulla. Di quelle ne ho conosciute fin troppe, cosí come ho conosciuto molte persone che confondendo i concetti di arte e mestiere, soffrono perchè non riescono a realizzare i loro sogni. Ma ora parlo di persone realmente libere, che tra fare quello che piace a loro e quello che potrebbe piacere agli altri, scelgono la prima delle due strade, anche se non porterà alla fama, ma magari condurrà alla fame. Tra le poche, splendide e luminose, persone vere che ho incontrato, una di queste è Walzer Carluccio, un cantante talentuoso e folle, capace di vivere suonando per strada, generando tributi nonsense e partecipando a progetti per il puro piacere di fare quello che gli piace. Certo, anche di recuperare qualche soldo, ma tutti dobbiamo mantenerci in qualche modo. È cosí, tra scegliere di provare la strada dei talent, per dimostrare il suo talento, o decidere di portare la canzone di Ascanio, “Esce ma non mi rosica” ad un talent persiano, immagino consapevole che il senso del suo nonsenso, in una nazione in cui quelle parole significano altro rispetto all’assonanza italiana, non sarebbe stato colto, ecco questo è arte, questo è libertà. Forse conviene spiegare di cosa sto parlando. Immagina che, per assurdo, le parole di” ‘o surdato ‘nnamurato”, in un idioma diverso dall’italiano, ad esempio il giapponese, significhino, per sonorità,  altro. Non frasi di senso compiuto, ma comunque parole che, in quella lingua, vogliono dire qualcosa. Questa è la canzone di Ascanio, un brano iraniano che ha delle frasi che sembrano italiane, ma non lo sono. Ed immagina che un artista giapponese venga in un talent italiano a cantare “‘o surdato ‘ nnamurato”, appunto, consapevole che quello che fa ridere nel suo paese, o per lo meno lui, per gli italiani sarà niente di piú che ” ‘o surdato ‘ nnamurato”. Ecco, nei minuti dell’esibizione il cantante giapponese immaginario avrà la piena consapevolezza di quello che sta facendo, ma chi lo ascolta, e lo giudica, sente solo quello che le sue orecchie capiscono. Ovvero ” ‘o surdato’ nnamurato” . E quindi, non potendone cogliere il nonsense, lo penalizzano, non facendogli passare il turno. Al fine della rappresentazione artistica vincere o perdere non ha importanza alcuna. E quindi Walzer vince, perchè la sua follia gli ha permesso, ancora una volta, di essere libero di esprimersi. Per tutto questo, lode a te, Walzer Carluccio, cantore di una libertà ed espressione artistica, e di quel coraggio, che molti di noi non hanno. Perchè ci vuole coraggio a non avere una casa, un auto, ad andare ai tuoi concerti con un treno, sperando di trovare un passaggio per tornare a casa. A non sapere se questa sera mangerai, o che cosa sarà domani. E chi ha rischiato di perdere tutto questo, per provare a difendere la sua arte, sa bene cosa questo significhi. E quindi lode a te Walzer, dunque, spirito libero. Per il dono che ho di condividere con te vita e progetti, mi sento fortunato. Spirito libero, folle menestrello, che ci racconti quanto l’arte non è un mestiere, quanto vincere o perdere nell’espressione dei nostri sogni non è realmente il fine e che le prime gabbie, alla nostra espressione artistica, troppo spesso le costruiamo noi stessi.

Pubblicato da psoffientini

Scienziato, musicista, scrittore. Sognatore senza confini.

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