La frittura è uno dei modi di cucinare più utilizzati al mondo e per molti è sinonimo di estate. Durante la frittura gli alimenti perdono acqua e assorbono grassi e l’olio, specie se riutilizzato, si deteriora. A un elevato consumo di fritti è associato un aumentato rischio di diabete tipo 2 e problemi cardiovascolari, infarto miocardico acuto e ischemie. Per queste ragioni è un processo molto delicato, con più variabili e, per esser sano, va limitato a meno di una volta alla settimana, specie in caso di obesità, reflusso gastroesofageo e sindrome del colon irritabile.
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Due dita di alcol. Risposte alle domande ricevute su Radio Deejay.
Q: Quando sono in compagnia mi piace sorseggiare vino o birra ma con solo due dita mi sento già brilla! Come mai? (Edi, 52 anni).
A: Ci sono varie componenti che concorrono alla capacità di una persona a metabolizzare (cioè degradare e assorbire) l’ alcol. Innanzitutto una componente genetica: gli enzimi deputati alla sua degradazione, tra cui l’alcol deidrogenasi, non sono espressi allo stesso livello e con uguale attività tra uomini e donne, tra individuo e individuo e tra popolazioni etniche diverse. Nelle donne inoltre vi è un’attività minore dell’ alcol deidrogenasi, e già questo è un punto di partenza da tenere in considerazione. Inoltre, per costituzione, le donne hanno, generalmente, un peso inferiore agli uomini, un minor volume dello stomaco ed epatico, dove avviene principalmente la degradazione dell’etanolo, e una proporzione più alta di grasso corporeo. Tutto questo determina che, a parità di alcol ingerito rispetto a un uomo di uguale peso e statura, una donna presenta una concentrazione di etanolo nel sangue superiore. E ancora, I picchi di alcol nel sangue variano se beviamo sorseggiando oppure in un’ unica dose (lo shot o quando “finisco il bicchiere e andiamo”), mentre sulla velocità di metabolismo, a parità di alcol ingerito, non varia in base al tipo di alcolico (ma è ovvio che una bevanda con una gradazione piú alta darà un picco piú rapido di etanolo nel sangue). Da queste informazioni deriva il minor valore, rispetto all’uomo, di alcol consentito giornalmente per una donna per essere catalogata come bevitrice moderata. Ma di questo parlerò tra poco.
Non trascuriamo che la presenza di cibo nello stomaco influenza la velocità di metabolismo dell’etanolo, dato che ritarda lo svuotamento gastrico. Circa il 20% dell’ alcol assorbito viene immesso nel sangue attraverso lo stomaco e il restante 80% dalla prima parte dell’intestino. Se lo stomaco è vuoto, l’assorbimento è piú veloce. Una volta nel sangue, l’etanolo giunge al fegato ma finchè non è metabolizzato, continua a circolare e diffondendosi nei vari organi, tra cui il cervello, da cui deriva la sensazione di ebrezza. Solo una piccolissima parte viene eliminata con l’urina e il sudore quindi, anche se la birra fa fare tanta “pipí” , non state smaltendo in questo modo l’alcol del vostro aperitivo.
Cibi ricchi in grassi, proteine e carboidrati hanno lo stesso ritmo di svuotamento gastrico, perciò qualunque alimento, se si decide di bere un bicchiere, va bene, mentre è sconsigliato il consumo a stomaco vuoto. Ricordiamoci però che, se si vuole controllare la linea, è meglio evitare un eccesso di carboidrati (pasta, patatine, pizzette e focacce non fanno il “fondo” e lavorano sulla stessa via di degradazione dell’alcol).
Date queste premesse, tutti gli studi scientifici degli ultimi anni convergono alla stesso punto, ovvero che non è possibile identificare una quantità di consumo di alcol che possa venir definita come sicura: l’alcol è un problema globale per la salute e un basso consumo, se anche dovesse avere qualche effetto benefico, è controbilanciato in maniera spropositata dagli effetti negativi associati al suo consumo, tra cui l’insorgenza di alcuni tipi di cancro.
La linea dell’ OMS a riguardo è che “alcohol? less is better!” . Senza “se” e senza “ma”. Ed è più adeguato, per la tutela della salute, parlare di quantità a “basso” rischio, senza peró dimenticare, e lo ribadisco ancora una volta, che il rischio “zero” non esiste quando si parla di alcol: il rischio c’è, a qualunque livello di consumo, ed aumenta progressivamente all’aumentare delle quantità.
A livello internazionale è stata definita “unità alcolica” una quantità che corrisponde a circa 12 grammi di etanolo, ovvero un bicchiere di vino, una birra, un cocktail (se il barista non ha la mano “pesante”) . Secondo queste linee guida, stabilite a livello mondiale, viene definito bevitore moderato, ovvero una persona che corre bassi rischi per la salute, un uomo che consuma 24 grammi di alcol al giorno, ovvero 2 unità alcoliche. Per le donne il valore è di 1 unità.
Di conseguenza, sorseggiare un bicchiere di vino o birra, in compagnia, in modo conviviale, è un modo giusto di vivere e godersi la socialità e, nel caso di ebrezza già dopo “due dita”, le ragioni, come abbiamo visto, possono essere varie. Ma se si limita ad uno stato di ebrezza appunto e, non si deve guidare, si è maggiorenni, non si è in gravidanza, non si hanno problemi di salute, il contesto è amichevole e sicuro e, se questo non provoca disturbi il giorno dopo (quali emicrania), non vi sono problemi: si sta bevendo in una soglia di rischio “basso”. Anche se, meno è sempre meglio!
Cibi alla griglia e salute. #scienzacorsara
La griglia è un modo sano di cucinare gli alimenti dato che elimina grassi e impurità. Ma bisogna prestare attenzione ad alcune regole, importanti, per goderne appieno in gusto e salute. Continua a leggere il mio articolo pubblicato sul Corriere della Sera (1 giugno 2019) https://www.corriere.it/salute/sportello_cancro/cards/i-cibi-grigliati-sono-cancerogeni-istruzioni-prova-gusto-salute/carne_principale.shtml
Magnesio “supremo”. Risposte alle domande ricevute su Radio Deejay.
Q: cosa ne pensa del magnesio supremo? va bene preso al mattino in acqua tiepida?
A: A questa domanda rispondo con 2 premesse. La prima è che, seguendo una dieta equilibrata in alcuni alimenti, e salvo i casi specifici che vedremo, l’ apporto quotidiano di magnesio alimentare è sufficiente ad evitarne la carenza.
Secondo, il magnesio “supremo” è il nome di una formulazione commerciale (magnesio carbonato e acido citrico). Di conseguenza, nel post parlerò di magnesio come elemento chimico con funzione biologica, e non entrerò nei particolari del prodotto commerciale. Il magnesio fa parte dei macroelementi, quei composti presenti, nel nostro organismo, in quantità più elevate, immagazzinato principalmente nelle ossa, ma anche nei tessuti molli e in piccolissima parte nel sangue. Partecipa, come cofattore, a molte reazioni cellulari, dalla sintesi proteica a quella di DNA e RNA, alla produzione di energia, nei processi di fosforilazione ossidativa, nella sintesi del glutatione, nella glicolisi e nel metabolismo dei carboidrati. È inoltre implicato nello sviluppo strutturale e nella solidità delle ossa e fondamentale, attraverso il trasporto di calcio e potassio attraverso le membrane cellulari, per la trasmissione degli impulsi nervosi, la contrazione muscolare e il battito cardiaco.
Si trova soprattutto nella frutta secca (mandorle, anacardi, noci, pistacchi e nocciole) nei vegetali a foglia verde (spinaci, carciofi, bieta), nei cereali (integrali in genere con maggioranza nel miglio), nella frutta (pesche e banane), nei legumi (lenticchie e fagiolini). È presente in buone quantità nel pesce (pesce azzurro, spada e crostacei), poco nella carne e latticini.
Come in molti altri casi, anche per il magnesio, la varietà alimentare e un consumo quotidiano di frutta e verdura sono la chiave per il giusto apporto quotidiano, che è di 300-350 mg. Evidenze scientifiche supportano l’ utilizzo del magnesio nella prevenzione e trattamento di emicrania, sindrome metabolica, diabete, iperlipidemia, asma, crampi e dolori mestruali, osteoporosi e alcune aritmie cardiache. E ancora, può venir prescritto nella prevenzione della formazione di calcoli renali e cataratta, e nel trattamento di insonnia e stati depressivi.
Ma, in questi casi, conviene rivolgersi ad un medico, anche perchè livelli anormali di magnesio, valutabili tramite analisi del sangue, possono rivelare problemi nel funzionamento del sistema gastrointestinale e renale, e assumerlo dopo prescrizione, invece che improvvisare cure “fai da te” attraverso compresse in vendita in qualunque supermercato. Gli integratori minerali o multivitaminici in commercio sono ottimi per consumi saltuari in caso di attività sportiva o in periodi di sudorazione intensa, per reintegrare i sali persi o in caso di crampi dopo allenamenti, ma non è mai conveniente improvvisare terapie dato che il rischio è di eccedere nelle quantità ottimali che, come detto nella premessa, sono già raggiungibili attraverso una dieta varia e bilanciata. È importante sottolineare anche che un consumo elevato di alcol e tabacco porta ad una riduzione della concentrazione del magnesio nel sangue. Quindi, vale sempre la regola del buon senso: per mantenere i livelli ottimali, uno stile di vita basato su una alimentazione bilanciata in frutta e verdura, cereali integrali, priva di tabacco e con un consumo di alcol conviviale è già un buon punto di partenza e non necessita integrazioni. Negli altri casi visti, conviene sempre consultare un medico, anche perchè l’utilizzo improprio di supplementi può risultare in diarrea, crampi addominali e dispense piene di prodotti inutili. Oltretutto, la biodisponibilità dei vari elementi cambia da formulazione e prodotto e diversi nomi commerciali possono essere solo mode che, dietro ad aggettivi diversi (in questo caso “supremo”), offrono lo stesso composto chimico.
Malattia di Creutzfeldt- Jakob. Risposte alle domande ricevute a Radio Deejay.
Q: Ho avuto molto da vicino dei casi di Creutzfeldt- Jakob, malattia neurologica fatale che porta al decesso dovuta alle proteine. vorrei sapere cosa ne pensa il ricercatore in diretta ora, grazie. (Luca)
A: Premessa d’obbligo a questa risposta è che il mio settore di ricerca è la proteomica in campo oncologico, quindi non studio le proteine implicate nella malattia di Creutzfeldt–Jakob. Quelle che riporto di seguito sono informazioni ricavate da accreditata letteratura scientifica sull’argomento.
La malattia di Creutzfeldt- Jakob (CJD, dal nome dei suoi scopritori) è una malattia neurodegenerativa letale causata da uno scorretto ripiegamento (misfolding) di una proteina, la PrP (proteina prionica). Le proteine prioniche avevano assunto importanza di cronaca dato che, associate a queste e al loro misfolding, è legata l’encefalopatia spongiforme bovina, nota come “morbo della mucca pazza” . La malattia di Creutzfeldt- Jakob, e la sua variante (vCJD, identificata a metà anni 90) sono i corrispettivi umani della malattia bovina. La maggior parte dei casi è di origine spontanea, nel circa 10% dei casi è invece ereditaria. Non è considerata infettiva anche se, l’ esposizione a tessuto cerebrale o spinale di pazienti affetti, in sala operatoria, può provocarne l’infezione. Rarissimi i casi di infezione per trapianto di cornea e trasfusioni di sangue, dato che la concentrazione dei prioni nel sangue è al limite della detectabilità. Una volta ripiegato in maniera scorretta, ll prione patologico si comporta come un nucleo di mosfolding, legandosi ad altre proteine PrP normali innescando un meccanismo di conversione a cascata che ha come risultato la morte neuronale e la comparsa dei primi sintomi clinici che sono declino cognitivo, allucinazioni, perdita di coordinazione e movimenti involontari, fino alla progressione della patologia con conseguenze letali.
Il concetto che una proteina abbia funzione di “nucleo” per il misfolding di altre ha portato alla definizione del “paradigma prionico”, che, negli anni successivi, ha permesso di comprendere meccanismi analoghi implicati in altre patologie neurodegenerative.
Una diagnosi precoce ed accurata della CJD è essenziale sia per evitare casi di trasmissione, rari, ma possibili, sia per distinguerla da altre forme di demenza curabili in maniera mirata.
Fino ad alcuni anni fa era possibile diagnosticarla solo post-mortem, attraverso l’analisi del cervello dei pazienti deceduti, e tuttora è un campo di ricerca data l’ elevata eterogeneità dei sintomi della malattia, la similitudine con altre patologie e il fatto che le comuni metodiche quali la risonanza magnetica (MRI) o l’ analisi dei fluidi cerebrospinali sono troppo poco sensibili.
Nuovi studi, uno inglese e due italiani (a dimostrazione che la nostra ricerca tricolore è all’ avanguardia) puntano alla diagnosi precoce, attraverso l’analisi e rilevamento della proteina prionica a livello del sangue (quello sviluppato al MRC Prion Unit, Department of Neurodegenerative Disease di Londra), oppure attraverso un prelievo di un tampone nella cavità nasale ( già disponibile nella neurologia del policlinico “Giambattista Rossi” di Verona) o ancora attraverso l’ esame delle urine, dato che tale proteina, oltre che nel cervello, risulta presente anche in altri organi periferici e, di conseguenza, nei biofluidi corporei dove per detectarla deve venire però amplificata (studio, quest’ultimo, avviato a Huston e ora in corso all’istituto “Besta” di Milano). Questi recenti approcci, insieme alla completa comprensione del “paradigma prionico” potrebbero aprire la strada alla diagnosi di altre malattie neurodegenerativa (Alzheimer, Parkinson, insonnia familiare fatale, sindrome di Gerstmann–Sträussler–Scheinker e altre forme di demenza).
Effetto dei videogiochi sul sonno e dipendenza. Risposta alle domande ricevute a Radio Deejay.
Q: Giocare alla “play” ogni sera fino a tardi può incidere sul sonno? (Paola. Vincenzo da Salerno). I videogiochi possono provocare dipendenza? (Mattia).
A: I meccanismi che legano l’utilizzo di dispositivi elettronici (tra cui i videogiochi) a problemi del sonno non sono completamente definiti, ma sono stati proposti alcuni modelli, in diversi studi, che possono spiegare la correlazione tra i due fenomeni. Innanzitutto, intuitivo, le ore utilizzate per il gioco spesso sono ore che vengono sottratte al sonno.
Secondo, la sovrastimolazione eccitatoria derivante dalla combinazione di suoni, colori, immagini e movimenti ha un effetto psicologico che si ripercuote in seguito sulla rapidità e facilità a prender sonno. Inoltre vi è l’esposizione prolungata a fonti luminose (questo vale per tutti i dispositivi elettronici) che può influenzare la qualità e quantità del sonno, ritardando il ritmo circadiano e sfasandone la ripresa (in parole semplici, la prolungata esposizione a fonti luminose, in particolare quando dovrebbe esserci buio, inganna il nostro orologio biologico illudendolo che le ore di sonno siano ore di veglia, dovuto anche a calo della prostaglandina D2, un ormone promotore del sonno). E ancora, sempre secondo questo modello, vi può essere una piú elevata esposizione a onde elettromagnetiche e una componente fisica, spesso legata a posizioni scomode e innaturali per tempi prolungati (questo vale anche per l’utilizzo dei device a letto), che possono determinare dolori muscolari, disturbi agli occhi e mal di testa, che poi si evidenziano in astenia, difficoltà a prender sonno e qualità del riposo.
Per quanto riguarda la possibile dipendenza, studi di neuroimaging (tecnica che permette di vedere in tempo reale le reazioni delle varie zone del cervello in risposta ad uno stimolo) hanno evidenziato un’ attivazione di tutte quelle zone (lobo superiore frontale destro, lobo inferiore destro, mesoncefalo, corteccia cingolata anteriore e talamo bilaterale) implicate nell’aspettativa di ricompensa. Queste zone sono le stesse che si attivano in persone dipendenti da droghe e alcol e, benchè una correlazione diretta tra utilizzo di videogiochi e dipendena non sia ancora stata dimostrata, e si è vistobessere individuo specifica, sicuramente questi dati possono essere un campanello d’allarme e spiegare la dipendenza dal gioco d’azzardo di alcuni individui e non di altri.
Sull’ importanza del sonno per la nostra salute e, di conseguenza, sulla necessità di minimizzare gli stimoli ad effetto negativo, o di ridurli a periodi in cui il sonno non è fondamentale, mentre sono da evitare in caso di impegni e stress, rimando alla lettura del post sui “microsonni” (https://sanimanontroppo.news.blog/2019/08/10/risposte-alle-domande-ricevute-a-radio-deejay-5/).
Sulla questione dipendenza, come per tutte le altre forme di dipendenza, fino a che si riesce a condurre la propria vita normalmente, dal punto di vista sociale, affettivo e lavorativo, ridurre gli eccessi è sempre un bene, ma non c’è ragione di preoccuparsi. Al contrario, non appena ci si rende conto di preferire i videogiochi a qualunque attività “reale”, comprese “quelle tipiche” da camera da letto, credo sia necessario correre ai ripari, limitando l’utilizzo a qualche ora, come passatempo, o, in casi piú gravi, ricorrendo a persone esperte in disturbi psicologici. Non trasformiamo il divertimento in una dipendenza, altrimenti avremo ripercussioni negative sull’ umore, sulla capacità di socializzare, sull’attenzione e l’apprendimento, fino ad arrivare a problemi di salute piú gravi.
Il crudismo. Risposte alle domande ricevute a Radio Deejay
Q: Cosa ne pensi del “crudismo” ? (Francesca e Sandro).
A: Il Crudismo (Raw foodism o Rawism) è una dieta sviluppata, con questo nome, all’inizio del 1900, poi ritornata di attualità nel ’60, nuovamente nel ’70 e ancora, con qualche piccola modifica (Raw vegan foodism, raw dairy foodism, raw omnivores ecc…) dagli anni 80 fino ad oggi.
L’ idea alla base del crudismo è che la cottura e il processamento (come ad esempio la pastorizzazione) degli alimenti ne distrugge le sostanze nutrienti e gli enzimi, ne altera la struttura e quindi la digeribilità, e può generare prodotti potenzialmente pericolosi per la salute. In parte, come sempre, c’è del vero. La cottura di alcune verdure ne diminuisce il contenuto in nutrienti idrosolubili o sensibili al calore, come i carotenoidi, e ne impoverisce il contenuto in fibra insolubile, che normalmente avrebbe effetti positivi sul transito intestinale permettendo cosí di espellere piú rapidamente potenziali cancerogeni. E ancora, la cottura distrugge alcuni aminoacidi essenziali e causa il legame di proteine con zuccheri come fruttosio e glucosio (glicazione), rendendone piú difficile la digestione. Determina inoltre la formazione di prodotti con attività infiammatoria e mutagena.
Al contrario, la cottura aumenta la biodisponibilità di alcune molecole (tra cui anche alcuni carotenoidi, come il licopene del pomodoro), permette l’inattivazione di enzimi inibitori dell’attività pancreatica, permette la digeribilità dei carboidrati complessi come l’amido e, piú che altro, abbatte la carica di microrganismi patogeni.
Alcuni degli effetti positivi della cottura vengono sfruttati dai crudisti, che tollerano che gli alimenti vengano sottoposti al trattamento ad una temperatura di 118 gradi fahrenheit (47.78 gradi centigradi). E ancora rientrano nelle pratiche crudiste la germogliazione, la fermentazione e la marinatura.
Date queste premesse, i vantaggi del crudismo sono gli stessi che si hanno con una dieta ricca in frutta e verdura, dato che già molti alimenti vengono consumati crudi (lo stesso vale per il sushi e alcuni tipi di carne in carpaccio) . Inoltre, aprire la propria cucina a diverse forme di processamento degli alimenti, quali appunto germogliazione e fermentazione, può permettere di sfruttarne caratteristiche diverse e aumentare la varietà di cibi nella dieta, importante anche per rafforzare il nostro microbiota.
Ma conviene tenere a mente, innanzitutto, che gli enzimi (che sono proteine) contenuti negli alimenti non vengono utilizzati dal nostro organismo bensì metabolizzati nell’ apparato digerente e scomposti in aminoacidi che poi vanno a formare le nostre proteine. Quindi l’idea che il consumo “raw” permetta di non danneggiare l’attività degli enzimi degli alimenti è sbagliata. Secondo, carne, uova e pesce crudi, cosí come i latticini non pastorizzati, possono portare a infezioni batteriche, tra cui la salmonella e, infine, alcuni prodotti come cereali e molti legumi sono assimilabili solo dopo cottura, quindi crudi, o germogliati, non hanno le stesse caratteristiche nutrizionali. Di conseguenza, se una scelta crudista è fatta nella libertà di poterla alternare ad altri tipi di diete, i benefici di cui abbiamo parlato sono fuori discussione. Se, al contrario, diventa un’ imposizione radicale, convinti che sia “la dieta corretta”, anche in questo caso, si trasformerà in una gabbia psicologica con possibili ripercussioni negative sulla salute.
Overtraining e salute. Risposte alle domande ricevute a Radio Deejay.
Q: Si parla poco di prescrizione dell’esercizio fisico.
Paolo cosa ne pensi dell’ attività fisica intensa e la produzione di radicali liberi? Se svolta irregolarmente, nel lungo periodo può arrecare danni da stress ossidativo? (Matteo, Milano)
A: Tutti gli studi, da alcuni anni, convergono sullo stesso punto: una costante ed equilibrata attività fisica ha effetti benefici sulla salute fisica e psicologica. Scarsa o, al contrario, eccessiva comporta problemi fisici e psicologici. Piú difficile è definire i concetti di scarsa, o troppa. In un recente lavoro, su 130k casi studiati, viene definita come scarsa quella con meno di 150 minuti alla settimana di attività, moderata tra i 150 e i 750 minuti a settimana ed elevata quella maggiore di 750 minuti alla settimana. E fanno riferimento ad un’attività fisica moderata, come camminare, andare in bicicletta o fare le scale, senza riferimenti ad attività sportive (corsa, nuoto e qualunque forma di sport). Ma non si accenna, in queste tabelle, all’ età del soggetto, nè si fa distinzione tra attività aerobica ed anaerobica. Le linee guida dell’OMS prevedono che, per trarre benefici sulla salute, si dovrebbero fare almeno 150 minuti di attività moderata ed 1 allenamento da 75 min di attività sostenuta alla settimana. Per qualunque età, salute permettendo. E se guardiamo bene, non si discostano particolarmente da quei valori della tabella. Il problema reale è che le persone non fanno attività fisica. Sebbene il numero di individui attivi, e di iniziative a riguardo, stia aumentando, sono ancora troppi quelli che fanno poco moto, lavori sedentari, utilizzano l’automobile invece che fare qualche passo a piedi o preferiscono l’ascensore a pochi piani di scale e, per questa ragione, definire tabelle valide per tutti o arrivare a “prescrizioni” risulta difficile. Basterebbe usare il buon senso, dato che oramai i benefici sono noti.
A media e elevata attività è associata una riduzione della mortalità per malattie cardiovascolari, protezione da diabete tipo 2, sindrome metabolica e malattie neurodegenerative come l’ Alzheimer. E dallo stress ossidativo generato dai radicali liberi. Lo stress ossidativo è considerato il punto di partenza di diversi disturbi e gioca un ruolo nello sviluppo di malattie legate all’invecchiamento, croniche, neurodegenerative, infiammazione e sviluppo di diverse forme di cancro.
E qui arriva il punto sull’overtraining, in quanto a questo è dimostrata essere associata la formazione di radicali liberi e quindi stress ossidativo. Se lo sport ha un effetto positivo contro lo stress ossidativo, un’ eccessiva attività, al contrario, lo induce.
Oltre a questo, all’overtraining sono associati l’aumento della troponina cardiaca, proteina deputata alla contrazione muscolare, e dei peptidi natriuretici prodotti nei ventricoli in risposta agli sbalzi di pressione. Entrambe queste condizioni possono portare a scompensi cardiaci. Per questa ragione, converrebbe sempre sottoporsi regolarmente ad un elettrocardiogramma, in particolare se si ha in programma di praticare attività aerobica intensa, e comunque di non eccedere le 4-7 ore di allenamento settimanale, in pratica, un’ ora di allenamento al giorno. E di rispettare il riposo.
Il nostro corpo ci dà dei segnali quando è in overtraining, sia di tipo fisico quali insonnia, debolezza, diminuzione dell’appetito, perdita di peso eccessiva, problemi immunitari che iniziano con piccole patologie come raffreddori e possono arrivare a polmonite, che di natura psicologica, fino all’ insorgenza della cosí detta Sindrome dell’overtraing (OTS).
Fortunatamente, sia ai radicali liberi che ai problemi di overtraining, il nostro organismo è in grado di porre rimedio. E l’alimentazione, ricca in frutta e verdura, con i loro antiossidanti naturali, può essere d’aiuto. Ma vale sempre il discorso che “mens sana” va assieme a “corpore sano”, quindi il giusto mezzo permette sempre di usufruire di tutti i lati positivi, anche dello sport. Questo discorso, ovviamente, non vale per i professionisti. Loro queste cose le sanno, cosí come sono consapevoli che il riposo, e la cura dell’alimentazione, fanno parte dell’allenamento. Per tutti gli altri vale il buon senso.
Dieta 16:8 e digiuno intermittente. Risposte alle domande ricevute a Radio Deejay.
Q: Vorrei sapere cosa ne pensa del digiuno intermittente, in particolare quello 16:8. (Marta)
A: La dieta 16:8 rientra nella categorie delle diete a digiuno intermittente, divise in due gruppi: (1) quelle che prevedono 1-4 giorni di digiuno o restrizione calorica settimanale, tra cui il digiuno intermittente (1 giorno sì è 1 giorno no), la 5:2 (5 giorni normali e 2 di digiuno), la mima digiuno (5 giorni di restrizione calorica) e (2) quelle che prevedono, quotidianamente, 6-8 ore di alimentazione normale alternate alle restanti di digiuno (nella dieta 16:8 è previsto di mangiare dalle 8 alle 16 e poi digiunare le restanti 16 ore) . Per digiuno, in tutti i casi, si intende l’assunzione di liquidi (acqua, tè, bevande non zuccherate).
Sia per quelle del gruppo (1) che (2) sono provati benefici sulla salute con una riduzione di peso del 3-8% (4-6%) dopo 8-52 settimane, accompagnato da calo della pressione sanguigna, colesterolo LDL, trigliceridi e della resistenza all’insulina.
Numerose evidenze ormai guidano alla conclusione che anche piccole riduzioni di massa corporea, già dopo poche settimane, portano a benefici metabolici, e questo in particolare per persone in sovrappeso e obese, cosí come per le normopeso.
Bisogna quindi valutare le ragioni per cui si sceglie di intraprendere un percorso di questo tipo. Per perder peso o per i benefici sulla salute? Se da un lato i risultati sulla salute sono incoraggianti, dall’altro non bisogna mai scordare che la vita è un piacere e la convivialità, anche a tavola, fa parte di questi. Decidere quindi per un regime alimentare che non preveda la cena, come la dieta 16:8 si sposa poco con la possibilità di godersi in tranquillità uno dei pochi momenti conviviali di una giornata realistica fatta di lavoro, impegni, incastri e corse. Se si adottano certe strategie, a mio parere, conviene lasciarsi un margine per “peccare” con la tranquillità di compensarlo attraverso qualche rinuncia e una maggiore attività fisica. Altrimenti, diventano gabbie psicologiche piú che strategie di salute.
Sonno, microsonni e salute. Risposte alle domande ricevute a Radio Deejay.
Q: Riguardo al sonno….i così detti MICROSONNI….possono essere utili ? (Danilo).
A: Il sonno è una componente importante per la nostra salute: durante il sonno le nostre cellule replicano e riparano i danni al DNA. È molto importante il mantenimento di un corretto ritmo circadiano sonno – veglia, e la deprivazione del sonno ha numerose ripercussioni sul nostro stato di salute psichica, metabolica, cardiovascolare, fino a importanti aspetti sul nostro sistema immunitario (regolato dalla produzione di citochine) e insorgenza di alcuni tipi di cancro.
Il sonno ha anche una funzione importante sul nostro cervello, durante il sonno vengono “salvate” le informazioni della memoria ma è anche necessario per l’apprendimento di nuove. Un adulto dovrebbe dormire non meno di 6 ore a notte, e studi hanno dimostrato che 4-5 ore, rispetto a 8, portano ad una riduzione del 40% delle capacità di apprendimento. La percezione di sonno ristoratore è soggettiva, ma di certo alla deprivazione del sonno è associata anche l’ alterazione delle funzioni tiroidee e l’aumento del senso di fame, per variazioni di ormoni quali leptina, grelina e cortisolo, quest’ultimo responsabile dello stress. Quindi alla privazione di sonno è associata una sovra alimentazione (con tutti i problemi annessi) e un aumento dello stato di stress.
I microsonni sono delle perdite di coscienza di pochi secondi (da 1 a 10), involontarie, e sono effetto della privazione di sonno. Di conseguenza non sono sani ma al contrario, sono il campanello d’allarme che il nostro organismo ci dà sulla necessità di dormire e, se trascurati, possono portare a gravi conseguenze (come ad esempio se accadono sul lavoro o alla guida). Credo che nella domanda si intendesse brevi sonni (nap o la nostra “pennichella” ), che possono avere effetti positivi sulla nostra salute. In generale, quando il nostro organismo richiede di dormire, per quanto detto sull’importanza del sonno, è salutare ascoltarlo. Il riposo non è mai tempo perso, in particolare in una società moderna che vorrebbe, ma non può, vivere “ventiquattrosette”. Il sonno e il riposo sono necessari per efficienza e salute.